Quattro mele annurche, recensione di Elena Wullschleger Daldini

A volte capita di trovarsi di fronte ad una immagine e di sentire qualcosa che va dritto al cuore e rinnova emozioni lontane, ma ancora vive e pulsanti. Capita di sentire la forza e la magia di una pennellata che ha saputo captare un suono, un gesto, un odore per offrirlo a chi, a sua volta, e forse senza saperlo, custodisce già quel suono, quel gesto, quell'odore dentro di sé. Così mi sono sentita percorrendo le pagine di Quattro mele annurche di Maria Rosaria Valentini, brillantemente introdotte da Domenico Bonini e sobriamente raccolte nella collana "scritti" di Gabriele Capelli editore. Domenico Bonini, che firma pure la postfazione, ben ripercorre le quattro tappe di un cammino che definisce "iniziatico", attraverso la totalità dell'esperienza che l'uomo può compiere sulla terra (infanzia - amore - morte), per giungere a ristabilire un equilibrio armonico tra il proprio essere e l'ineludibile "esistere". Bonini illustra in modo ampio il susseguirsi dei profondi significati che si leggono tra le righe del lungo racconto; verrebbe da dire che quasi tutto è stato detto e che il non detto ha lo scopo di non togliere al lettore il piacere della scoperta. Tuttavia faccio mio quel verso del poeta greco Elitis: "Spesso, quando parlo del sole, mi s'impiglia nella lingua/una grande rosa tutta rossa,/eppure mi è impossibile tacere". Accompagnando Maria Rosaria Valentini in questo viaggio, oserei dire catartico, attraversando con lei le vaste piane della solitudine, le impervie vallate del dolore, gli abissi della morte, fino alla riconquista dell'armonia, sento la sua voce colorata da una sottile dirompente forza poetica che cammina fra le pagine del tempo, carica di sogni, e mi ritorna l'essermi già immersa in simili odori, sapori e nostalgie. Forse erano vere le storie ascoltate quando bambini assetatati di risposte a mille "perché?" chiedevamo: "ancora, ancora"; ed era certamente vera quella sensazione portata da un improvviso rumore che attraversava le notti della casa della nostra adolescenza, e ci permetteva di riconoscere il fruscio di un amore a noi ancora sconosciuto. Questo e altro regala al lettore Maria Rosaria Valentini. Quel ripercorrere il piacere del gusto, quel ridarci la sensazione di dolce e di asprigno e il ricordo vivo, quasi sonoro, del succo che scivola sotto la lingua e ci fa riconoscere, rintracciare e riannodare un filo che credevamo smarrito. E i richiami alla poesia tanto amata negli anni giovanili: Ungaretti, Montale, Emily Dickinson, oserei aggiungere oggi. "Fermati / dove io sono / perché nulla si perda / nel guscio asciutto / di un'abitudine... / portami / come mallo / fra le tue dita", ricorda: "Fra le mie dita tenevo un gioiello...  Ora solo un ricordo di ametista / a me rimane (...) / portami il tramonto in una coppa (...) / fammi un quadro del sole / che l'appenda in stanza / e possa fingere di scaldarmi / mentre gli altri lo chiamano giorno (...)". È forse proprio la luce di quel nuovo giorno a portare una nuova consapevolezza, una nuova armonia, racchiusa in un cesto di vimini dove stanno quattro mele annurche. "Lei ne prende una e la divide in due, ne mangiamo metà ciascuno (...). Talvolta basta un nulla per sentirsi, non dico amati, ma almeno considerati. Allora non ci si sente bene, ma meglio. Ed è abbastanza. (...) Certe volte sorrido con leggerezza, altre volte addirittura rido col cuore che mi balla del petto e mi sento felice perché ormai so che la vita può essere bella. Allora il mio dolore sfuma nelle capriole del passato ed io saltello oltre".

 

LEGGER...TI, Libri e autori nella svizzera italiana, n. 9 dicembre 2005-maggio 2006, Quattro mele annurche, di Elena Wullschleger Daldini

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