Quattro mele annurche, recensione di Giuseppe Napolitano

Il forno e la madia nella vecchia casa paterna (quante memorie negli angoli nascosti) - i sapori del tempo lontano e gli odori che impregnavano gli abiti, rimanendo così a lungo... Le annurche di zia Palma, mi ricordi, con le tue Quattro mele annurche - un tuffo nell'orto, nel frutteto, uno struggente incancellabile presente fisso nella mente anche se a separarmene ormai gli anni sono davvero tanti!

Questo tuo libretto, Maria Rosaria, è talmente tuo - nella (appassionante) struttura narrativa e negli (interessanti) esiti linguistici - che appropriarsene è difficile; eppure quel tuo insistere sul cibo e la cucina, quel dipanarsi di vicende legate a un ambiente chiuso e intimamente vissuto, con sofferenza montante e salvifica infine, quel tuo procedere tra narrazione e riflessione (a spasso nel tempo), quel crescere della storia e nella storia il crescere della protagonista (lei pure si sbuccia e si consuma, riducendosi al torsolo prima di riscoprirsi seme da regalare al vento), mi hanno preso al laccio, forse perché inseguivo in ogni pagina il miraggio di quelle "annurche" promesse fin dal titolo, per me simbolo di un passato che non torna - e che non so ritrovare nelle spesso insipide annurche oggi in vendita al supermercato. Ecco, Maria Rosaria, le tue hanno il profumo e il colore, il sapore e la stessa contenuta dimensione delle mie di una volta (le tanto famose, al paese, "annurche te zi' Palemetella").

Il tuo libretto, al di là della storia sapientemente costruita e sviluppata, al di là dei meriti espressivi dovuti all'accorto tuo uso letterario della lingua, mi ha dato qualche ora (l'ho divorato con gusto) di saporosa soddisfacente delizia intellettuale. La partizione della storia è d'altronde fatta apposta, no? Il succedersi degli eventi ha proprio il ritmo dello sbucciare e scoprire la polpa, del lento sgranocchiare... Non mancano - indice di acquisita consapevolezza tecnica - la sorpresa e la rivelazione; non manca, si direbbe, il verme - indice però della genuinità del frutto! La freschezza di questo lavoro è nella linfa che lo pervade, nell'aspro sentore di buono che caratterizza la pagina (quell'asprigno caratteristico delle annurche).

Un tempo, mangiavo le mele del paese di mio padre con tutta la buccia. E com'era buona! Mordevo il frutto cominciando a riconoscere lo scricchiolio. Finivo la polpa succhiando il torsolo, tenendo il picciolo e sputando qualche seme... Direi banalmente che del tuo piccolo libro non si getta nulla - fino all'ultima pagina, si è costretti a gustare, ma è una dolce pena; a distillare sapori, a sognare odoro e colori; un tuffo nel passato (chiudere gli occhi, ogni tanto, è vivere un'altra realtà). Almeno per me, uno scendere contento alle radici.

 

Il foglio volante, Anno XX n. 9 settembre 2005, Quattro mele annurche, di Giuseppe Napolitano

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