Quattro mele annurche - recensione di Aldemaro Toni

Erba d'Arno, rivista trimestrale, 108 - 109, 2007

Maria Rosaria Valentini, Quattro mele annurche

di Aldemaro Toni

 

Un libro chicca. Una prosa di valore. Un mondo primo, schietto, essenziale, dove prevalgono gli oggetti, un po' albero degli zoccoli all'inizio (anche se a p. 19 appare un televisore). Descrizione di un limbo di pace. Un mondo a s (viene da pensare a certi film: "Volver" di Almodovar, per esempio, o "Chocolate", o qualcosa di novecento arcaico, appunto, ma senza la Storia). In effetti nel libro c' qualcosa di cinematografico: sequenze, e primi piani di oggetti, e scene d'interni e di esterni e momenti di esaltazione piena (l'incalzante ritmo della cucina... le salse, le preparazioni). Gli altri sono come intrusi (vedi pp. 59 e 60, la morte della madre). Nel momento dell'isolamento muto, un'elencazione delle ossa, il ritratto dello psichiatra. Il gusto rappresentativo e simbolico ("la finestra d in una piazzetta nuda"), e anche qui, questa volta per la malattia, un fuori del tempo o un essere in "un altro tempo" ecc.

Domenico Bonini nella postfazione parla di asprezza e diffusa dolcezza e individua utilmente temi - percorso (il libro tra l'altro diviso in quattro sezioni): la trasmissione sapienziale, la dimensione temporale, l'adesione sensuale alle cose con percezioni sottilissime, e infine il dolore che sfuma e il saltellare che diviene l'emblema di un'ascesi liberatoria.

Libro che merita di essere letto.

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